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Questa sezione del sito è dedicata a tutti i soci che vogliono condividere tutto ciò che di bello hanno letto e visto.
per i vostri contributi scrivere a associazioneincammino@alice.it

 

Giorgio Gaber:

LE MANI
Un incontro civile fra gente educata
che si alza in piedi e che si saluta
un incontro un po’ anonimo reso più umano
da una cordiale stretta di mano.

Una mano appuntita, una mano un po’ tozza
una mano indifesa che fa tenerezza
una stretta di mano virile e fascista
che vuol dire: non sono un pederasta!

Una mano un po’ timida, poco convinta
tu parti deciso e lei ti fa la finta
una mano furbetta da pubblicitario
una mano pulita da commissario.

Una mano a spatola che scatta nervosa
un’altra suadente, un po’ troppo affettuosa
una mano imprecisa, una squallida mano
da socialdemocratico, da repubblicano.

Una mano da artista, tortuosa e impotente
una mano da orso, pelosa e ignorante
una mano commossa di chi ha tanti guai
una mano da piovra che non ti lascia mai

un carosello inutile, grottesco e giocondo
in questa palla gigante che poi è il mondo!

Un mondo di assurdi esseri umani
un gioco abilissimo, un intreccio di mani
ci comunichiamo così spudorati
quando ci siamo affezionati.

Mani educate di anziani signori
mani abilissime di gente d’affari
mani che ti lisciano con troppa simpatia
con un tocco morboso che sa di sacrestia

un festival viscido e nauseabondo
in questa grande famiglia che poi è il mondo!

Mani di amici, di dottori, di insegnanti
mani di attori, di divi, di cantanti
mani di ministri che chiedono la fiducia
mani sottili manovrate con ferocia.

Mani bianchissime, schifose da toccare
mani inanellate di papi da baciare
mani scivolose di esseri umani
mani dappertutto, tantissime mani

le guardo, mi sommergo, annego e sprofondo
in questo lago di merda che poi è il mondo!

 

 


Poesie di Rabindranath Tagore

XXXIX
Quando il mio cuore è duro e inaridito
Scendi come una pioggia di misericordia.
Quando la grazia è perduta nella vita
Vieni come un improvviso scoppio di canti.

Quando il lavoro tumultuoso
Da ogni parte leva il suo fragore
Escludendomi dall’al di là,
scendi, signore del silenzio, con la tua pace e il tuo riposo.

Quando il mio misero cuore
Siede in disparte come un mendicante,
spalanca la porta, mio re, e fa il tuo ingresso trionfale.

Quando le passioni acciecano la mente
Con polvere e con delusione –
O tu Santo, o tu Desto, vieni con folgori e tuoni.

 

XXXVIII
Io desidero te, soltanto te
Il mio cuore lo ripeta senza fine.
Sono falsi e vuoti i desideri
Che continuamente mi distolgono da te.

Come la notte dell’oscurità
Cela il desiderio della luce,
così nella profondità
della mia incoscienza risuona questo grido: «Io desidero te, soltanto te».

Come la tempesta cerca fine
Nella pace, anche se lotta
Contro la pace con tutta la sua furia,
così la mia ribellione
lotta contro il tuo amore eppure grida:: «Io desidero te, soltanto te».

 

LXXIII
La mia liberazione non è nella rinuncia.
Sento l’abbraccio della libertà in mille vincoli di gioia.

Sempre versi per me il fresco sorso
Del tuo vino fragrante e di vari colori
Colmando questo vaso fino all’orlo.

Il mio mondo accenderà alla tua fiamma
Centinaia di lampade diverse
E le offrirà all’altare del tuo tempio.

No. Non chiuderò le porte dei miei sensi.
Le gioie della vista e dell’udito
Porteranno impressa la tua gioia.

Si, tutte le mie illusioni bruceranno in una luminaria di gioia
E tutti i miei desideri matureranno in frutti d’amore.

 

LXXXII
Il tempo è senza fine nelle tue mani, mio Signore.
Non c’è nessuno che conti le tue ore.
Passano i giorni e le notti,
le stagioni sbocciano e appassiscono come fiori. Tu sai attendere.

I tuoi secoli si susseguono per perfezionare un piccolo fiore di campo.

Noi non abbiamo tempo da perdere,
e non avendo tempo dobbiamo affannarci
per non perdere le nostre occasioni.
Siamo troppo poveri per arrivare in ritardo.

E così il tempo passa, mentre io lo dono
A ogni uomo querulo che lo richiede,
e il tuo altare è del tutto vuoto.

Alla fine del giorno m’affretto
Per paura che la tua porta sia chiusa; e invece c’è ancora tempo.

 

XCV
Non mi accorsi del momento in cui varcai
Per la prima volta la soglia di questa vita.

Quale fu la potenza che mi schiuse in questo vasto mistero
Come sboccia un fiore in una foresta a mezzanotte?

Quando al mattino guardai la luce,
subito sentii che non ero uno straniero in questo mondo,
che l’inscrutabile senza nome e forma
mi aveva preso tra le sue braccia sotto l’aspetto di mia madre.

Così, nella morte, lo stesso sconosciuto m’apparirà come sempre a me noto.
E poiché amo questa vita so che amerò anche la morte.

Il bimbo piange quando la madre dal seno destro lo stacca,
ma subito dopo si consola succhiando da quello sinistro.

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